Nelle società contemporanee l’emergenza non è più un’eccezione: è una condizione ordinaria. L’emergenza inoltre non è unica, ma molteplici emergenze differenti – perdita di biodiversità, crisi climatica, migrazioni, pandemie, guerre, povertà – si intrecciano, interagendo con effetti a cascata e assumendo un carattere cronico, che determina una generale condizione di policrisi.
In particolare la crisi climatica impatta sulle città, manifestandosi attraverso eventi estremi come le prolungate ondate di calore, aggravate dalla scarsità e frammentarietà del verde, o le piogge intense, intercettate da suoli urbani altamente impermeabilizzati. A questi fattori, rappresentanti degli hazard, si associa una elevata vulnerabilità delle città, relativa tanto alla componente fisica di spazi, edifici e infrastrutture, quanto a quella sociale derivante da diseguaglianze e divari sempre più marcati.
Maria Vittoria Arnetoli, Ricercatrice presso l’Università degli Studi di Firenze
“A partire dalle esperienze maturate in Italia e in periodi di ricerca in Svezia e in Giappone, la prima considerazione da fare è che, parlando del rapporto tra crisi climatica e città, è necessario adottare un approccio multi-hazard che non isola i fattori di rischio ma li integra in una visione sistemica che connette Disaster Risk Reduction e Climate Change Adaptation. Per le discipline del progetto, questo significa integrare la prevenzione delle emergenze nel progetto alle diverse scale, così da garantire la sicurezza, la salute e l’accessibilità degli spazi urbani”. Maria Vittoria Arnetoli, ricercatrice presso l’Università degli Studi di Firenze, ci introduce subito al concetto di resilienza: “Il termine resilienza è strettamente correlato al tipo di sistema – ingegneristico, ecosistemico, socio-ecologico – soggetto a perturbazione e alla volontà di ripristinare la condizione di equilibrio precedente all’evento.
Le città, intese come sistemi socio-ecologici complessi, sono raramente in equilibrio né raggiungono una configurazione ideale e perfetta”. Per questo, in ambito urbano si adotta il principio del bounce forward piuttosto che di bounce back. “Non essendo auspicabile ripristinare l’assetto pre-evento, per città resiliente si intende una città capace di cogliere la window of opportunity che si apre a seguito di un’emergenza e organizzare il post-evento con l’obiettivo di migliorare lo status pre-disastro”. Orientare il progetto di rigenerazione urbana verso la costruzione di capacità trasformative, adattive, responsive richiede un cambio di paradigma, che per essere attuato necessita di nuovi modelli processuali, decisionali, programmatori, oltre che di strumenti operativi e indicatori di valutazione basati su dati scientifici.
A scoprire questa dimensione ci accompagna Giulia Guerri, ricercatrice presso l’Istituto per la Bioeconomia del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR-IBE): “Il nostro contributo a queste riflessioni è il più possibile concreto e basato su dati reali. Analizziamo dati satellitari che integriamo con altre informazioni di natura climatica, ambientale e relative alla copertura del suolo. A partire da queste basi sviluppiamo modelli microclimatici previsionali e scenari progettuali con l’obiettivo di mitigare il fenomeno dell’isola di calore urbana. Studiamo, ad esempio, la temperatura dell’aria e delle superfici, insieme a specifici indicatori di stress termico outdoor. Il nostro obiettivo è anticipare gli effetti e gli impatti che possono influire sulla vivibilità degli spazi urbani”. È un approccio che rende visibile ciò che spesso resta implicito: la città non è un corpo uniforme, ma un mosaico di microclimi differenti.
“E questa è anche un po’ la sfida del ricercatore”, continua Guerri. “Noi non produciamo solo dati scientifici, ma ci occupiamo anche di capire come questi dati possano tradursi in azioni e strumenti operativi a livello territoriale, integrandosi in modelli utili a migliorare la qualità della vita nei contesti urbani”. A dimostrarlo è il progetto MIRIFICUS, finanziato dall’Agenzia Spaziale Italiana e coordinato dal CNR-IBE in collaborazione con ISPRA e altri partner istituzionali. Il progetto utilizza dati satellitari ad alta risoluzione provenienti da diverse missioni – tra cui Copernicus, Landsat, PRISMA e COSMO-SkyMed – per analizzare il fenomeno dell’isola di calore urbana e monitorare nel tempo gli effetti degli interventi di riforestazione nelle città.
“Ci occupiamo di mappare le aree più critiche dal punto di vista termico, individuando dove il surriscaldamento urbano è più intenso”, spiega Guerri. “Queste informazioni vengono poi integrate in una piattaforma cartografica interattiva – un WebGIS – che permette alle pubbliche amministrazioni di consultare indicatori ambientali, mappe e dati utili per pianificare interventi mirati”. Le analisi, che combinano temperatura superficiale, copertura del suolo, indice di vegetazione e altri indicatori microclimatici, vengono condotte a diverse scale: nazionale, sui capoluoghi di regione e, con maggiore dettaglio, su aree urbane specifiche come Roma e Firenze, dove il progetto valuta l’efficacia degli interventi di riforestazione urbana prima e dopo la loro realizzazione.
“L’obiettivo è fornire strumenti concreti a chi deve prendere decisioni sul territorio”, aggiunge il ricercatore. “Sapere dove intervenire è il primo passo, ma non è sufficiente”.
Ed è qui che la ricerca entra in una fase ancora più delicata. Perché quando si passa dalla diagnosi alla cura, la domanda non è soltanto dove intervenire, ma anche come farlo: non tutte le soluzioni sono equivalenti e alcune scelte, se non progettate con attenzione, possono produrre effetti inattesi sul microclima urbano e sulla vivibilità delle città.
Qui Arnetoli mette a fuoco una distinzione fondamentale tra soluzioni hard, che richiedono grandi investimenti e sono caratterizzate da rigidità, scarsa flessibilità ed elevata sofisticazione, e soft, che danno priorità al capitale naturale, ad un approccio low-tech e community-based. “Le soluzioni hard, tipicamente derivanti da un approccio specialistico e da modelli decisionali top-down, rispondono al problema con interventi di scala infrastrutturale: considerando ad esempio la gestione dell’elemento acqua, in caso di pioggia intensa, se la realizzazione di grandi opere di contenimento risulta efficace nel gestire i picchi di piena, questo risulta rigido e separato dalla città, non apportando benefici alle comunità locali sul piano della qualità e della vivibilità degli spazi urbani”.
Al contrario, continua, “un approccio soft, seppur rivolto a gestire volumi più ridotti, lavora perché l’acqua venga gestita il più possibile in loco: depavimentando, permeabilizzando, introducendo bacini umidi, rain garden o sistemi di raccolta, stoccaggio e riutilizzo delle acque meteoriche”. In questo caso non si tratta solo di contenere l’acqua, ma di ripensare il suolo urbano, la pelle della città, affinché assorba, rallenti e riutilizzi le piogge, integrando funzione idraulica, qualità ambientale e benessere nello spazio pubblico. Inoltre, come sperimentato nel progetto “Code4Risk”, vincitore del bando di Terza Missione dell’ateneo fiorentino, il public engagement è fondamentale, contribuendo attraverso attività di co-creazione e co-costruzione di conoscenze a incrementare la consapevolezza rispetto a rischi, emergenze, resilienza e dunque a costruire una cultura del rischio.
A tal proposito, Giulia Guerri porta un riscontro molto concreto, legato a un lavoro in corso sul campo. “Stiamo conducendo simulazioni proprio su spazi pubblici a Firenze, in collaborazione con la Fondazione Capellino e il Comune, per valutare l’efficacia di diverse soluzioni progettuali su piazze, vie e strade carrabili, e altri spazi urbani. L’idea è confrontare scenari e capire, ex ante ed ex post, che cosa funziona davvero in termini microclimatici”. l lavoro si inserisce nel progetto Firenze Climate Change, un’iniziativa sperimentale avviata nel 2023 che mira a progettare, realizzare e monitorare soluzioni nature-based capaci di mitigare gli effetti del cambiamento climatico nelle città, migliorando al tempo stesso biodiversità e qualità della vita dei cittadini. Nel capoluogo toscano sono state individuate diverse aree pilota che funzionano come un vero e proprio laboratorio urbano a cielo aperto. In questi spazi saranno sperimentate soluzioni progettuali e monitorati nel tempo i loro effetti su variabili come temperatura, qualità dell’aria e biodiversità, attraverso misurazioni sistematiche condotte prima e dopo gli interventi. L’obiettivo è costruire un modello scientificamente verificato che possa orientare le scelte di pianificazione urbana e diventare replicabile anche in altre città.
“Non si tratta solo di piantare alberi o aggiungere verde urbano”, sottolinea Guerri. “Il punto è misurare davvero gli effetti delle diverse soluzioni, per capire quali funzionano meglio nei diversi contesti urbani”.
Un approccio che è parte integrante di casi studio già maturi al di fuori del contesto italiano: “Città come Copenaghen, con il quartiere di Saint-Kjeld, e progetti e strategie di rigenerazione urbana adattiva di Rotterdam, Barcellona e Parigi”, racconta Arnetoli, “sono ottimi esempi di contesti in cui l’adattamento climatico è diventato una priorità delle politiche urbane, un impegno strutturale e non un intervento episodico”.
Avvicinarsi alla quotidianità della vita in questi spazi permette di sottolineare come una città resiliente debba anche essere capace di garantire la continuità delle attività, dei tempi di lavoro e delle condizioni di salute, con ricadute dirette sull’efficienza complessiva di un’area. “Questi aspetti sono centrali nel progetto nazionale Worklimate coordinato dal CNR-IBE e dall’INAIL, che si occupa di studiare gli impatti delle temperature estreme sulla salute, sulla sicurezza e sulla produttività nei contesti lavorativi. Il progetto integra dati climatici, epidemiologici e sugli infortuni per sviluppare strumenti operativi e sistemi di allerta utili alle imprese, consentendo di modulare le attività, pianificare pause e adottare misure, anche attraverso l’ausilio di specifiche mappe di rischio”, spiega Guerri.
Oggi non è più possibile continuare a parlare di “emergenza climatica” come eventi isolati, eccezionali o dalla durata temporanea. Il cambiamento ha un carattere cronico e le città dovranno imparare a convivere con nuove condizioni di fondo in un’ottica di lungo periodo. “Una pioggia torrenziale è uno shock. Un’ondata di calore è uno stress, un evento che perdura per giorni, se non settimane. Ma se il contesto cambia stabilmente, allora anche strumenti operativi e modelli di governance devono mutare. In questa transizione culturale l’Università ha una grande responsabilità nel rendere la conoscenza aperta, condivisa, interrogabile, praticabile”, sottolinea Maria Vittoria Arnetoli.
“Sviluppare e rendere disponibili strumenti operativi è di fondamentale importanza”, le fa eco Giulia Guerri. “Per questo mettiamo a disposizione piattaforme open source, navigabili e consultabili da amministrazioni, architetti o aziende, che possono interrogare i dati, individuando le aree più critiche, ad esempio dal punto di vista delle temperature”.
Guerri e Arnetoli indicano la stessa direzione: trasformare la resilienza da parola d’ordine a pratica. Ed è in questo passaggio – dalla reazione all’anticipazione, dall’evento allo scenario, dal singolo intervento alla strategia integrata – che la fragilità smette di essere solo un limite e diventa la leva per riprogettare e rigenerare le città, rendendole più capaci di fronteggiare ciò che non si può prevedere.
In questa stessa direzione si muove anche il lavoro sviluppato e dettagliato nel whitebook Building Resilient Cities di COIMA e l’Università IUAV di Venezia, che porta queste riflessioni su un terreno operativo, a scala urbana e immobiliare. Attraverso la mappatura morfo-climatologica, le valutazioni di rischio e vulnerabilità (CRVA) e l’uso integrato di dati satellitari, indicatori microclimatici e informazioni socio-economiche, il report mostra come sia possibile tradurre la conoscenza del clima urbano in scelte molto concrete: dalla selezione dei siti meno esposti a caldo estremo e allagamenti, alla progettazione di quartieri che combinano soluzioni nature-based e infrastrutture “hard”, fino alla gestione dinamica degli asset nel tempo. In altre parole, le piattaforme e i modelli descritti da Guerri e Arnetoli trovano nel caso di Milano – e nei casi studio come il quartiere di Portanuova e il complesso ad uso misto uffici e retail Pirelli 35 – un laboratorio reale in cui la resilienza smette di essere un concetto astratto e diventa criterio di progetto, di investimento e di governance urbana. È esattamente in questo passaggio, dalla misura del rischio alla sua incorporazione strutturale nelle decisioni di sviluppo, che la fragilità delle città contemporanee diventa l’occasione per ripensarne la forma, le funzioni e le relazioni con chi le abita.